Five days in the sun, di Emanuel Gat (prima italiana)
Coreografia, scene, luci: Emanuel Gat
Musica: Gustav Mahler, Sinfonia n. 5 (Wiener Philharmoniker / Leonard Bernstein)
Costumi: Vicher
 
Five days in the sun di Emanuel Gat, coreografo israeliano che vive da anni nel sud della Francia, inaugura la ventesima edizione del Festival Internazionale di Danza Contemporanea della Biennale Danza, sotto la direzione di Wayne McGregor. Lo slogan che guida questa rassegna è “Time Does Not Exist” e fa riferimento alle teorie del fisico Carlo Rovelli, le quali mettono in discussione la concezione lineare e uniforme del tempo, poiché esso è una relazione tra eventi (P. Buttafuoco).
Foto Julia Gat

Anche nel suo lavoro Emanuel Gat non sembra seguire una linearità temporale o di esecuzione. I dodici danzatori, provenienti da diverse parti del mondo, offrono una rappresentazione in cinque quadri coreografici che terminano con il famoso Adagietto, alternando momenti di quiete a picchi di grande intensità e tensione, evidenti soprattutto nelle scene collettive. Si passa così dalla rappresentazione dell’umana disperazione alla gioia, dalla tensione alla calma, dal turbinio di corpi alla presenza in scena di solo uno o due interpreti che interagiscono tra loro; sullo sfondo si scorgono gli altri ballerini che, con movimenti reiterati, creano una sorta di ritmo ulteriore. Una grande importanza rivestono sia la musica, che guida nell’esplorazione di queste emozioni, sia le luci, che a volte immergono il palco in un tramonto o in un’alba arancione, creando un’atmosfera rarefatta e irreale.

Foto di Julia Gat
Anche i costumi hanno un ruolo fondamentale. Si parte da un impianto tradizionale, con i danzatori avvolti in tuniche leggerissime che seguono ogni movimento dei corpi rendendoli quasi uniformi. Già dal secondo quadro, tuttavia, avviene un cambio: poco alla volta si abbandonano i veli leggeri per abiti da “prova” più contemporanei come tute, leggings e top, fino a restare solo con l’essenziale. Una forma di circolarità viene suggerita dal fatto che alla fine, proprio durante l’Adagietto, tornano le tuniche iniziali per chiudere lo spettacolo.
Riportiamo le parole di Emanuel Gat riguardo al modus operandi usato in Five Days In The Sun, queste “cinque giornate” soprannaturali e coinvolgenti:
«Quello che più conta per me quando il pubblico assiste ai miei spettacoli è che veda i danzatori, che veda le persone. E dopo 70 minuti, alla fine, vorrei che sentissero di conoscerli, di conoscerli in profondità. Io ho messo sempre in primo piano le persone, i danzatori, il modo in cui comunicano, le cose che fanno, la loro personalità. Io non dico cosa devono fare, creo uno spazio che permetta loro di esprimersi al meglio».
Foto di Julia Gat
L’uso combinato dei costumi, delle luci e della coreografia permette infatti di riconoscere, alla fine dello spettacolo, i danzatori nella loro individualità e nelle loro caratteristiche peculiari.
Uno spettacolo sicuramente intenso, che ben si è adattato alla location del Teatro Malibran e che ci ha accompagnato in un viaggio luminoso.
Picture of Laura Marini

Laura Marini

Laura Marini, laureata in Beni Culturali all'Università Ca' Foscari di Venezia, appassionata di spettacolo e teatro, arteterapeuta in formazione e formatrice.

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