Abbiamo qui raccolto un’intervista a Tommaso Franchin e Massimo Scola, rispettivamente regista e attore
di “MS”, spettacolo che ha debuttato al Teatro Maddalene di Padova e che sarà in scena nuovamente a
Milano, presso il Teatro Fontana con due date, il 7 e 8 aprile.
“MS” è un lungo monologo che ci trascina nel mondo di un barista di provincia che viene definito “un
rimastone”, “un omosessuale carico di rabbia e di omofobia interiorizzata, tipicamente veneto, solo, con un livello di intelligenza emotiva inversamente proporzionale al dolore che si sente inflitto dall’esistenza”. MS ci racconta, in un flusso continuo, la sua vita vissuta in questa provincia veneta fatta di “capannoni sì ma anche di personaggi leggendari e mitici”, ognuno dei quali potrebbe meritare una narrazione a sé. Un testo
dunque molto denso, estremo, con un unico protagonista che rivela, scena dopo scena, la sua complessità, la sua profondità e le sue fragilità, e al quale, alla fine di tutto, è difficile non affezionarsi.
Laura Marini : Partiamo dal testo: come siete venuti in contatto con il testo di Mattia Favaro? Come siete arrivati alla stesura definitiva del testo?
Tommaso Franchin: In questo caso ti risponde Massimo, perché il merito di aver trovato questo testo va a lui.
Massimo Scola: Sì, il primo contatto in effetti è stato con me: già due anni e mezzo fa ero alla ricerca di qualcosa di inedito, volevo scoprire nuovi testi, nuovi drammaturghi. Ho chiesto quindi ad alcuni amici e loro mi hanno presentato Mattia, che all’epoca viveva in una casa molto bohémien diciamo, e che aveva dei testi non ancora pubblicati, alcuni scritti durante dei corsi di drammaturgia. Me li ha fatti leggere e li ho trovati da subito molto interessanti: trattavano, in maniera anche piuttosto esplicita, temi come la violenza, l’omosessualità, il sesso. In particolare, mi aveva fatto leggere quello che era l’incipit di MS, tre fogli sulla storia di questo barista di provincia, omosessuale, che subisce un po’ la violenza del contesto in cui opera, la provincia veneta, e che ha un disturbo ossessivo compulsivo per i numeri. Già da questi pochi elementi io mi sono appassionato a questo personaggio davvero complesso, che attraversa tanti stadi diversi: in quelle righe ci vedevo la follia, la sessualità, la violenza, ma anche tanta gioia, tanta fragilità e tanta dolcezza, e ho quindi convinto Mattia a finire questo testo in cui vedevo tantissimo potenziale. Mattia, in quel momento, in realtà aveva molti dubbi ed era sul punto di abbandonare il progetto: temeva infatti che questo personaggio sarebbe potuto sembrare troppo audace, troppo sboccato, aveva paura di non riuscire a portarlo in scena così come lo aveva immaginato. Secondo me invece funzionava proprio per queste sue caratteristiche, ed ero disposto a farlo in un garage, pur di provarci; del resto non avevamo nessuna fretta e nessuna scadenza. Così Mattia ha finito di scriverlo.
Quando ho letto la stesura finale mi sono reso contro che il testo mi piaceva moltissimo ma allo stesso tempo mi incuteva molta paura, sia per l’impegno che richiede il portare in scena un monologo così lungo, sia per i temi, che sono molto forti e tutti portati all’estremo. Qui allora è entrato in gioco Tommaso che ci ha messo le mani, e con la sua direzione, mi sono sentito più sicuro. Tommaso qui ha fatto veramente teatro di regia, accompagnandomi e guidandomi in tutte le fasi della messa in scena, e non è una cosa scontata. Il testo era bello, bellissimo, restava solo da capire appunto come lo avremmo fatto.
L.: Anche perché tu sei sempre da solo in scena, non hai pause; è uno spettacolo richiede all’attore un impegno di memoria ma anche fisico non indifferente.
M.: Sì, diciamo che effettivamente c’è solo un personaggio in scena, tranne nei momenti in cui ci sono delle interazioni con il pubblico (mini spoiler), e in quei momenti non si è più soli. Resta un testo molto denso (pensa che inizialmente Mattia lo aveva scritto in versi), dove viene raccontato tanto, ci sono tantissime storie di tantissimi personaggi diversi. Mi preme sottolineare tra l’altro che sono tutte storie vere, storie di vita reale che parlano di droga, di sesso, di amore; questo il pubblico non lo sa ma lo diciamo perché non ci si può credere, quasi.
L.: Un’altra delle domande che mi ero fatta vedendo lo spettacolo era questa, e cioè se le storie dei personaggi che incontra MS sono vere o immaginate.
T.: Guarda, a Padova, tra l’altro, a riprova del fatto che le storie sono vere, uno dei personaggi descritti da Mattia si trovava proprio tra il pubblico, era venuto ad assistere alla prima. E questo è uno degli aspetti più interessanti di questo lavoro, il fatto che è nato anche da questa raccolta, non scientifica ma sicuramente di carattere antropologico, di vite e di storie che Mattia ha composto girando per il Veneto centrale, in questo triangolo Treviso, Vicenza, Padova, dove ha incontrato le persone direttamente o ha sentito racconti riportati da altri. La cosa buffa è che poi quando sono emersi, durante le prove, alcune di queste storie, io che non conoscevo Mattia, gli chiedevo spesso a chi erano riferiti perché li conoscevo anche io, alcune delle persone di cui lui parla ad esempio so chi sono. Non è biografismo ovviamente, è tutto filtrato da un mondo immaginifico, però si parte dalla realtà. A volte non c’è neanche bisogno del realismo magico, la realtà è più magica a volte di quello che ci possiamo aspettare.
L.: Per chi ha vissuto la provincia alcune atmosfere dello spettacolo risultano molto familiari, è facile riconoscere ambienti e luoghi tipici tanto sono descritte con efficacia, arrivano facilmente; a tale proposito volevo chiedere al regista se il testo è stato adattato, se ci sono stati tagli importanti o rimaneggiamenti di rilievo oppure se è rimasto come era in origine.
T.: No, non ho fatto nessun adattamento importante perché non era necessario; quei piccoli aggiustamenti che ci sono stati poi sono sempre stati concordati con lo sceneggiatore. Anche se la preoccupazione principale, con un testo del genere, era che ad un certo punto ci fosse troppo testo; uno dei pochi interventi rilevanti se così si può dire, è verso la fine del cosiddetto primo atto, dove abbiamo degradato il testo. È un momento in cui il protagonista è alterato dall’uso di droga e alcool, e nomina una sfilza di luoghi veneti che vengono recitati quindi in modo un po’ sbiacicato, smangiato.
Ma devo dire che con Mattia non c’è mai stato un momento di tensione, eravamo sempre d’accordo su come interpretare i diversi punti del copione.
M.: Tommaso dice il vero: all’inizio magari pensavamo fosse troppo lungo, ma poi la prova della scena ci ha convinto della bontà del testo e del fatto che potesse funzionare, e gli aggiustamenti sono stati minimi. Poi, ovviamente, ci sono delle dinamiche umane, artistiche, per cui è chiaro che il drammaturgo non vuole mai farsi tagliare, il regista deve pensare come può rendere la messa in scena, e l’attore è come se fosse una pallina tra due tennisti, e si deve trovare un equilibrio in questo gioco.
T.: Anche perché in tutto questo, in un testo che parla di omofobia, c’era solo un gay all’interno del team!
L.: So che c’è stato nel vostro percorso anche una residenza, al Drupa Centre (a Basalghelle di Mansuè, Treviso, n.d.a.), volete parlarcene? A che punto eravate dello spettacolo?
T.: Sì, la residenza al Drupa Centre è stata fondamentale per noi: Giovanna e Giorgio sono stati tra quelli che più ci hanno dato fiducia sin all’inizio, quando non avevamo nemmeno un luogo dove provare, e ci siamo incontrati in varie location, anche strane, e di alcune infatti non posso parlare, non le indovinereste mai. Ma al Drupa è stato divertente perché la sala dove facevamo le prove ha effettivamente un bacone da bar, e non potendo poi costruire un reale bancone per gli spettacoli la scena è stata realizzata in maniera essenziale, con un dispendio minimo di denaro.
M.: C’è stata, infatti, nella costruzione della scena tanta creatività, e il risultato è una scenografia minimale ma che secondo noi è giustificata; io uso, letteralmente, un tavolo in acciaio cromato che, secondo Fabio Carpene (scenografo, n.d.a.) richiama un po’ l’opera di Bacon.
T.: La cosa bella, che poi ha dato molto valore al progetto, è il fatto che in tanti hanno creduto e stanno ancora credendo in questo lavoro; e siccome al giorno d’oggi i circuiti produttivi sono abbastanza chiusi, abbiamo chiesto a molte persone di collaborare con noi. E mi ha dato molta gioia vedere che, dopo aver ascoltato il progetto, in tanti hanno accettato di buon grado di mettere a disposizione le loro competenze, risorse e spazi per supportarci. Siamo stati accolti con molta benevolenza, e questo, che non è scontato, ci ha motivato a continuare. Sottolineo anche che lo spettacolo finora è stato preso a scatola chiusa, basandosi sulla fiducia sulle nostre persone e sul nostro storico. Siamo davvero molto grati di questo.
L.: Sarebbe interessante anche vedere al di fuori delle nostre zone come il vostro spettacolo potrebbe essere accolto; co che ora lo portate a Milano, ma sarebbe bello riuscire a portarlo in tutta Italia.
T.: Sì, è lo speriamo, ed è anche per quello che certi elenchi geografici del Veneto ad un certo punto li abbiamo degradati perché fuori dalla regione non so se vengono capiti. Sono molto curioso di vedere cosa succederà a Milano; Massimo comunque lo ha già portato in Puglia.
M.: In Puglia abbiamo portato al Fori festival, una bella isola culturale vicino a Brindisi, una versione di MS come radiodramma, per voce e musica: avevamo infatti cinque musicisti (sinth, percussioni, flauto e tastiere) del Conservatorio. Lì MS è stato accolto molto bene, e mi piacerebbe tornare a proporlo al Sud perché è un testo che ti mostra la provincia con la lente di ingrandimento, e in quei meccanismi ci si può facilmente riconoscere, non ci sono troppe differenze nell’essere provinciali al nord o al sud. E poi c’è la curiosità di vedere come sono questi veneti; sappiamo che bevono e bestemmiano, e poi cos’ altro? C’è anche questa componente divertente diciamo.
L.: Quanto è importante per voi il rigore nel vostro lavoro? Come coesiste la sperimentazione con altre forme d’arte, soprattutto per quello che riguarda le scelte rispetto alla scenografia?
T.: Io e Fabio lavoriamo assieme da tanto, e il dialogo tra noi è sempre molto stimolante; come ha detto Massimo, l’idea della scenografia era partita da un quadro di Bacon, dove i personaggi sono tutti un po’ alterati.
Direi che il dialogo con le altre forme d’arte arriva dal fatto che ci sono state teste diverse che ci hanno ragionato, e del resto il teatro è un collettore di tante forme d’arte secondo me.
L.: Se aveste avuto una maggiore disponibilità economica, pensate che avreste usato la stessa scenografia?
T.: Io penso che assieme a Massimo abbiamo trovato delle cose da fare con quel tavolo che sono molto
sceniche, e quindi non so risponderti. Penso però, anche polemicamente, che fare le cose con poco
dovrebbe essere di stimolo; noi lavoriamo con un elemento e lo facciamo diventare tante cose, ed è
sicuramente più difficile che avendo gli oggetti specifici.
L.: In scena effettivamente non si sente la mancanza di nulla.
T.: Potremmo ecco, avere un tavolo più resistente, che non dobbiamo aggiustare ogni volta, per esempio,
però l’estetica minimale, che è anche un po’ la firma di Fabio ci sarebbe stata comunque.
M.: Ciò non toglie che Tommaso e Fabio hanno avuto varie idee, ci sono state più proposte e questo era il
risultato finale; c’è stata anche una riflessione su cosa ci serviva veramente, e questo mi ha fatto ricordare
un documentario che avevo visto sulla scena vaudeville di New York, dove si tenevano questi spettacoli che
duravano anche venti minuti o meno. Così se il pubblico si annoiava sapeva che lo show sarebbe durato
poco e ce ne sarebbe stato un altro; e tra i vari spettacoli c’era questo numero con un ballerino di colore
che ballava il tip-tap su un tavolino da poker piccolissimo, e io quando l’ho visto ho pensato che lui era un
genio, perché gli bastava un tavolo così piccolo e poteva esibirsi ovunque nel mondo. Da un’altra
prospettiva invece vedo un ballerino costretto a ballare in due metri per due, come se fosse in una gabbia
quasi, e allora Tommaso ha detto “Beh ma in effetti questo barista sente un po' la condanna di essere un
semplice barista, ha anche lui un terreno delimitato, non può quasi andarsene, c’è un po’ di rabbia.” E
anche da questo è nata l’idea di entrare quasi crocifisso a quel tavolo.
Tante idee si sono quindi delineate man mano nello spazio e nella scena, e ci hanno portato a creare queste
immagini, questo dialogo con il tavolo e con i materiali di cui è fatto il tavolo.
L.: Qual è la questione che sta orientando la vostra ricerca artistica in questo periodo? Cosa vi sta a cuore, cosa vi interessa esplorare in questo momento?
M.: Sicuramente fino a due anni fa circa mi interessava molto il discorso della follia, e quando ho incontrato
Mattia ero verso la fine di questa fase; uno dei motivi per cui mi ha attratto MS era che il personaggio aveva una diagnosi di DOC (disturbo ossessivo compulsivo), e a me interessava la follia sia in quanto sofferenza ma soprattutto perché le persone “pazze”( non mi piace molto usare usare questo termine, va detto), non accettano le regole che accettiamo tutti, e si creano invece un loro mondo, una loro realtà e rispondono a valori diversi da quelli comuni. Quindi questo personaggio che è protagonista, ma anche
antagonista, non risponde ai valori in cui gli altri credono ma se ne crea di nuovi e combatte: in questo senso è un eroe, perché combatte. Vari personaggi “matti” sono dei combattenti, degli eroi.
Adesso invece sto lavorando molto sulla pulizia e sull’igiene, mentale e del gesto; finora i personaggi che ho interpretato erano sempre overreacted, mentre adesso cerco anche una sobrietà diversa.
In MS è stato interessante essere soli in scena e andare di pensiero, di emozione, caricare molto ma essere anche estremamente puliti, chirurgici dove serve, senza perdere l’emozione.
T.: Secondo me in generale in ogni spettacolo ci deve essere una precisione, una pulizia che ti permetta di raggiungere il pubblico come una lama precisa; che sia scandalizzare, che sia commuovere, che sia far ridere, quella reazione lì deve nascere da un grande lavoro di sintonizzazione che attori e regista fanno nei confronti del pubblico. Ti devi interrogare costantemente e chiederti: “Ma qui il pubblico cosa potrebbe provare? Cosa sta provando?”. Posso in qualche modo guidare la reazione del pubblico e portarlo in una determinata direzione, e tutto deve essere subordinato quindi a questa domanda. Il rigore sta proprio lì.
Io sono infatti sempre molto curioso di vedere la reazione del pubblico, soprattutto su un testo nuovo; anni fa avevo lavorato con un regista che sembrava sapere esattamente come avrebbe reagito lo spettatore; mi diceva “Vedrai, qui rideranno, qui piangeranno.” Ed effettivamente aveva ragione; riuscire a capire come raggiungere il pubblico è la cosa che secondo me richiede più rigore.
L.: Ecco a questo proposito vi faccio un’ultima domanda: qual è la parte per voi più difficile dello spettacolo, quella in cui vi preoccupate di più della reazione che potrebbe avere il pubblico?
M.: Per me lo spettacolo è diviso in tre parti, e direi che è la parte centrale quella che mi preoccupa di più, perché banalmente ci può essere un calo di concentrazione mia; dopo la prima parte in cui presento il personaggio nella seconda parte ci sono aspetti legati al bar, alla comicità, alla relazione con il pubblico, mentre nella terza parte si entra nella spirale finale. Sono tutti e tre punti delicati, ognuno in maniera diversa, ma nella parte centrale tendo ad avere un calo fisico, di concentrazione e di stanchezza; il testo poi
cambia un po’ ed entro anche in contatto con il pubblico, quindi devo essere molto attento, non devo staccarmi, non devo giudicarmi e non devo distrarmi.
T.: Per me ci sono diversi punti critici: a livello di testo alcune espressioni gergali mi sembravano appartenere ad una cerchia troppo ristretta di persone, forse non comprensibili ai più. Un’altra cosa che mi preoccupa è che c’è un cambio di tensione tra una prima parte in cui lui è al bar e una seconda parte più distesa, rarefatta, e questo passaggio mi preoccupa sempre perché il cambio di tensione può diventare un
calo, e dipende moltissimo dal lavoro dell’attore.
C’è poi la preoccupazione costante che è legata ad un’azione particolare che fa Massimo, ed è che lui si possa far male e che possa far male anche al pubblico; questa è poi anche la scena a cui sono più affezionato perché secondo me è bella, ma è tutto ancora nelle mani di Massimo e della sua capacità di controllo. Tuttavia questo momento funziona, il pubblico lo capisce e allo stesso tempo ha paura, e a me piace che abbia paura.
M.: La pericolosità in arte poi è anche bella, è una delle facce dell’imprevedibilità; noi ci annoiamo a teatro quando è tutto prevedibile, quando sappiamo già cosa succede, invece lì vuoi o non vuoi il cellulare non lo guardi!
T.: E forse questo è nato anche dal fatto che io ho grossi problemi di concentrazione e ho sempre bisogno di mantenermi sveglio.
L.: Beh, posso dire da spettatore che in effetti in quel punto sei per forza coinvolto, quindi si può dire che la vostra idea funziona.
Produzione di exvUoto teatro
Regia di Tommaso Franchin
Scene di Fabio Carpene
Drammaturgia di Mattia Favaro
Con Massimo Scola.
Vincitore del premio al miglior testo comitato under 30 Omissis 2024
Vincitore della menzione speciale al Premio Omissis 2024
Foto di Luca Barison
Intervista a cura di Laura Marini
con Tommaso Franchin https://tommasofranchin.com/m-s/
e Massimo Scola
