Ivana D’Agostino è una stimata critica e storica d’Arte, studiosa di Storia della Scenografia e Storia del Costume, già docente di questi insegnamenti e di Storia dell’Arte contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Autore di libri, saggi e articoli, suo, attraverso ricerche archivistiche, è il contributo pubblicato nella Storia dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, sulla nascita della Scuola di Scenografia presso l’Istituzione nel Novecento, e delle sue premesse ottocentesche (Antiga Edizioni, voll., I, II, 2016). È curatrice di Mostre e cataloghi, e da numerosi anni attraverso studi ed eventi espositivi indaga le connessioni tra Arti Visive e Scena.
Per la Fondazione Banca del Monte di Rovigo ha curato la raffinata pubblicazione storico-artistica sul Maestro rodigino, oggetto di questa intervista. Gabbris Ferrari, si rammenta, è stato tra i primi e più affiatati sostenitori di Avanscena, che con emozione ricorda la sua Mostra e l’allestimento espositivo da lui curato per la prima edizione del Festival Avanscena nella Sala d’Armi di Porta SS. Quaranta: Dalla parte di Iago.
Iniziamo dal suo rapporto con Gabbris Ferrari.
Sappiamo che siete stati colleghi all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Il suo studio sull’opera di Gabbris nasce da un’iniziativa personale oppure si inserisce all’interno di un progetto più complesso?
Procediamo per ordine. Senza dubbio Gabbris Ferrari ed io siamo stati colleghi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, ed entrambi, sapevamo l’uno dell’altro, ovvero di essere piuttosto attivi su molteplici fronti. Ferrari, scenografo in Accademia, era anche scenografo teatrale, regista, drammaturgo e pittore; io, professore di Storia dell’Arte degli allievi della Scenografia presso la stessa Istituzione, avevo la particolarità di avere studiato Scenografia prima di laurearmi. Per cui, date le premesse, scrivevo articoli su pittori che erano, o erano stati, sia pittori che scenografi su varie riviste, tra cui The Scenographer, una rivista specializzata di Scenografia e Costume, e come storico d’arte mi occupavo di saggi, cataloghi, libri e curatela di eventi espositivi d’arte, non disdegnando di occuparmi di mostre di gioielli, arazzi d’artista, foulard e scialli dipinti a mano da pittori che si cimentavano nelle Arti in senso esteso. Da una stima reciproca ed interesse per l’Arte vista come insieme di linguaggi trasversali – tanto più che scrivendo e tenendo conferenze su questi argomenti mi erano stati assegnati anche gli insegnamenti di Storia del Costume e Storia della Scenografia Contemporanea -, nacquero tra noi occasioni professionali significative: il Convegno di Dubrovnik e quello del 2008 dove invitata da Ferrari tenni una conferenza su Palladio, seguita dalla presentazione della sua Mostra Il paesaggio inquieto del 2012. Alla sua morte, stretta da anni una sincera amicizia con Meri Veronese Ferrari, moglie dell’artista custode della sua memoria, lei ed io pensammo di dedicare a Gabbris un libro che desse struttura storica alla sua poliedrica attività professionale ed artistica confrontandosi con i documenti.
Può raccontarci qualcosa sulla pubblicazione?
Promossa l’iniziativa dalla Fondazione Banca del Monte di Rovigo, la complessità del lavoro affrontato è restituita dall’articolazione dell’Indice e dell’Appendice del libro. L’approccio storico-scientifico è garantito dalla comparazione di dipinti, bozzetti, figurini e testi drammaturgici con documenti, locandine, foto d’epoca, ricordi delle persone che lo hanno conosciuto sottoposti al vaglio e al confronto con informazioni derivate da altre fonti usate come “testimoni certi”. Il libro inoltre si accompagna a 750 foto che documentano ampiamente i vari argomenti trattati di cui fanno parte una biografia aggiornata, l’elenco delle mostre personali e collettive, e le schede degli spettacoli di Gabbris Ferrari distinti cronologicamente in Spettacoli lirici, di Prosa, Sperimentali, Spettacoli tenuti in Croazia e con i Minimiteatri.
Un’opera questa che reputo significativa nel dare struttura all’operato di un artista a tutto tondo ed operatore culturale che molto si è prodigato per il suo Polesine senza tuttavia incorrere in una dimensione riduttivamente provinciale.
Durante il percorso di ricerca c’è stato un aspetto inatteso, o un elemento che ha modificato il suo modo di guardare al lavoro di Gabbris?
Il lavoro di ricerca e di confronto delle fonti si può senz’altro considerare in progress, nel senso che più andava avanti e più si aprivano nuovi scenari e prospettive con cui osservare il suo lavoro. Tra le tante scoperte fatte ne cito una che mi ha consentito di inserire con precisione un nuovo tassello al profilo storico di Ferrari. Trovati degli appunti autografi di regia senza data, come di consueto, e senza un titolo che li potesse attribuire ad un preciso spettacolo, molto dettagliati sui movimenti della danzatrice e della soprano, che si è scoperto poi fosse Katia Ricciarelli, sugli elementi scenici, e sui costumi, messi a confronto con i ricordi, lucidissimi della danzatrice Elsa Piperno, questi appunti, si sono potuti attribuire con certezza a Les Voyages de… dans un Théâtre, spettacolo rappresentato nel 1986 a Villa Oscano di Cenereze (PG). La danzatrice ricordava con assoluta precisione i suoi passi di danza rappresentati graficamente negli appunti di Ferrari e i costumi da lei indossati, i cui bozzetti si sono recuperati da altre fonti. Dal confronto tra lo scritto autografo e la narrazione attendibilissima di Elsa Piperno, è stato possibile datare ed attribuire le note di regia fino ad allora di uno “spettacolo anonimo”, a,Les Voyages de… dans un Théâtre. L’episodio si può considerare “un aspetto inatteso” che dà senso alla ricerca, e agli sforzi che gli si sottendono, per mettere in circuito vari dettagli che conducono ad una conclusione attendibile.
Il rapporto tra Gabbris e il territorio del Polesine, in particolare con il paesaggio fluviale, è molto forte. Secondo Lei questa relazione ha lasciato un’eredità ancora attiva? E in cosa si distingue oggi rispetto a quando Gabbris era in vita?
Il rapporto di Ferrari intrattenuto con il suo Polesine è stato molto forte, ed è ripercorribile già dalla prima produzione pittorica, penso a certi disegni e schizzi della metà degli anni ’50, sebbene permei la sua intera esistenza. Emblematico di questo rapporto con una terra che con il fiume ha sempre intrattenuto un rapporto simbiotico di vita ma anche di morte e disperazione – penso all’alluvione del ’51 che mise la popolazione in ginocchio – è la realizzazione a Rovigo, da lui molto caldeggiata, del Museo dei Grandi Fiumi presso l’ex Convento Olivetano. Organizzate da Ferrari su suo progetto le prime tre Sezioni museali, l’Età del Bronzo, l’Età del Ferro e l’Età romana, il pubblico diviene parte della Storia attraverso allestimenti interattivi, che non escludono, insieme all’esposizione dei reperti archeologici di narrare, ambientandoli, aspetti quotidiani dei periodi storici. Oggi il Museo dei Grandi Fiumi ospita anche spettacoli teatrali ed eventi, e dal 2022, la mostra, che si presume diverrà permanente, accompagnata da miei apparati critici, Il Museo in Scena. Disegni e bozzetti di Gabbris Ferrari. Una modalità polivalente di fruire il Museo che rende viva la struttura in rapporto al territorio, a quel Polesine, appunto, da lui così amato. In questo si potrebbe vedere una continuità con il suo modo di intendere il senso di appartenenza.
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C’è un elemento in particolare — una scenografia, un bozzetto, una nota scritta a mano — che, a suo avviso, racchiude l’anima più profonda di Gabbris?
L’Elisir d’Amore di Gaetano Donizetti, di cui Gabbris Ferrari nel 1990 curò scene costumi e regia per il Teatro Sociale di Rovigo è emblematico di questo suo radicamento alla terra d’origine. Lo spettacolo è ambientato in Polesine. Dulcamara arriva nel “paese dei grandi camini”, come scrive in un bozzetto, alludendo ai cason dei dintorni di Rovigo che furono oggetto di documentazione per il suo Elisir, come lo furono i suoi ricordi di ciarlatani e “venditori di sogni” che in occasione di feste di paese, arrivavano nella sua città. Ricordi, questi, che sostanziano l’opera di Donizetti di atmosfere in cui gli spettatori si riconoscevano. Amato questo Elisir e ancora ricordato, esso restituisce appieno i sentimenti che hanno legato Ferrari alle sue radici.
Infine, quali spunti o insegnamenti ritiene che la poetica di Gabbris possa offrire alle nuove generazioni di artisti e studiosi?
Essendomi interessata al suo poliedrico lavoro in modo approfondito, ed avendo avuto la possibilità di constatare quanti fossero gli interessi culturali di questo artista e professionista del teatro, mi viene di potere suggerire alle generazioni future, che l’amore per il proprio lavoro – da Ferrari costantemente espresso fino all’ultimo -, la costanza nell’esprimerlo con curiosità e rinnovato interesse, la capacità di relazionarsi agli altri trovando in sé rinnovata linfa di cui alimentarsi, siano condizioni che abbiano valore universale unendo trasversalmente tutte le epoche, e Ferrari stesso che ne è stato un significativo esempio.
Intervista a Ivana D’Agostino
a cura di Avanscena, per Archivio Attivo
catalogo Gabbris Ferrari 1937-2015, Pittore scenografo e regista a cura di Ivana D’Agostino, edizioni Antiga Edizioni, 2026
Le date di presentazione del libro sono queste:
Leggi anche l’articolo legato alla mostra di Gabbris Ferrari, Dallla Parte di Iago, sala d’armi, Porta ss. Quaranta, Treviso a cura di Avanscena direzione artistica Chiara Massini per la prima edizione del Festival Avanscena 2013.
