Intervista a Emma Dante

Emma Dante è una regista, drammaturga, attrice e scrittrice palermitana. Dopo essersi formata all’
Accademia Nazionale d’ Arte Drammatica “Silvio D’Amico” ha fondato nel 1999 la compagnia Sud Costa
Occidentale, con la quale ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il premio Scenario per “mPalermu”,
il premio Ubu per “Carnezzeria”, il premio Lo Straniero come giovane regista emergente e il premio
Gassman come migliore regista italiana; ha vinto inoltre il Golden Graal per lo spettacolo “Medea” e il
premio Vittorini per il suo romanzo “Via Castellana Bandiera”, da cui è stato tratto il film omonimo.
Moltissime le sue produzioni teatrali come regia “Vita Mia”, “Carnezzeria”, “mPalermu”, “Medea”, “Il festino”, “Cani di bancata”, “Le pulle”, “Le sorelle Macaluso”, diventato poi un lungometraggio.
Nel 2009 ha inaugurato la stagione del Teatro alla Scala con la regia della “Carmen” diretta da Daniel
Barenboim, seguita poi nel 2021 da “La Boheme”, “Ifigenia in Tauride”; nel 2022 “I vespri siciliani”, “Les
Dialogues des Carmélites” e nel 2023 “Rusalka”.
Ha insegnato all’Accademia di Arte Drammatica Silvio d’Amico e ha diretto la Scuola dei Mestieri dello
Spettacolo del Teatro Biondo di Palermo.

L’intervista qui presentata, curata da  Laura Marini, per il progetto Archivio Attivo di Avanscena (avviato nel 2012), si inserisce in una metodologia che considera la testimonianza diretta come strumento di indagine storica e critica. Non si tratta di un materiale puramente documentario, ma di una fonte che, attraverso la riflessione del protagonista, contribuisce a interrogare le dinamiche di trasmissione e trasformazione del sapere scenico.

Qual è la questione centrale che sta orientando la sua ricerca artistica in questo periodo? 
Nella mia ricerca, nel mio percorso di artista in realtà non ci sono mai stati dei
periodi diversi rispetto ai temi che ho cercato di indagare e alle esplorazioni che ho
fatto. Sempre, dall’inizio, e continua ad esserci questa necessità, il mio è un
esplorare, un indagare una sorta di altro mondo, un aldilà. Quindi diciamo che il
teatro è sempre stato un luogo in cui io ho cercato un dialogo con i morti, con chi
non c’è più. Proprio per questo il teatro è un po' il mio tempio religioso, è il luogo
dove io entro e poi si forma, accade il rituale.
Il centro della mia ricerca è sempre stato, o quasi, attento alla famiglia, alla
formazione di questo primo nucleo sociale piccolo ma fondamentale per la crescita
di un essere umano. Quindi la famiglia con tutto il suo meccanismo perverso, tutte
le sue maglie anche a volte disperate, con questi legami morbosi, con la
prevaricazione del forte sul più debole, ma anche la leggerezza e l’amore che ci sono
in queste famiglie che io racconto. Non sono sicuramente famiglie del Mulino Bianco
ma sono famiglie con delle questioni irrisolte.
In questo periodo in particolare mi sto occupando del grande tema dei femminicidi,
questo grande tema della donna che sta al centro di una tragedia, causata in
qualche modo anche da una educazione culturale che sicuramente non ha aiutato la
figura femminile a liberarsi del suo ruolo, che è quello di madre. Quindi la donna
non è solo una madre, ma nel momento in cui viene considerata tale diventa madre
del marito, madre dei figli, madre della casa. E questo secondo me condiziona
moltissimo la libertà del rapporto tra l’uomo e la donna; ora sono più interessata a
questo tema ma in generale si può dire che la famiglia, nel mio percorso, è centrale,
e continuerà ad esserlo.

Ha mai vissuto un passaggio storico o critico, oppure incontrato un limite o un confine che abbia
modificato significativamente la direzione della sua ricerca? 
C’è stato sicuramente un passaggio storico che ha definito dei limiti, dei confini a
tutti noi, che è stato il grande momento della pandemia, quindi il lockdown e quel
periodo assurdo che abbiamo vissuto segregati dentro le nostre case, in cui
ovviamente il pensiero, l’elaborazione, la riflessione hanno preso un’altra strada.
Anche gli artisti si sono ritrovati soli, chiusi, a stretto rapporto con i propri limiti.
Però, paradossalmente, quel momento lì, quel passaggio storico lì, che poi ci
obbligava tutti a stare separati, a stare distanti anche dal nostro lavoro, dal nostro
fare teatro, dal nostro essere sociali, appunto, ecco quel momento lì non è stato
soltanto negativo. Ha sicuramente formato una parte di me come artista, in maniera

profonda; anche perché quel momento era legato anche alla malattia, alla morte, al
fatto insomma che il tuo vicino potesse essere stato contagiato, come in una specie
di film dell’orrore in cui fuori c’è la malattia, il virus, c’è il rischio di essere morsi da
questo morbo. Ecco, quel momento è stato un passaggio storico importante che ora
forse abbiamo anche un po’ rimosso, ma in quel momento lì io ho sentito il silenzio,
ho visto le strade vuote, ho ritrovato una luce che avevo perso.
E quindi più che un passaggio negativo, artisticamente intendo, l’ho vissuto come un
momento di grande contatto con me stessa e di grande riflessione, anche nei
confronti del mondo; e soprattutto ha accentuato questa mia necessità del dialogo
coi morti.

Quanto è importante il rigore nel suo lavoro e come riesce a farlo coesistere con la
sperimentazione e la contaminazione con altre forme d’arte? 
Per me il rigore nel mio lavoro è fondamentale. Qualsiasi sconfinamento io faccia,
nel teatro, nel teatro d’opera, nel cinema, per me è necessario portarmi dietro quel
rigore che è un bagaglio fondamentale. Proprio perché ritengo che sia
importantissimo non trovare la perfezione, ma cercarla: la ricerca della perfezione è
molto più interessante. Quindi cercare di essere precisi nella cosa che si vuole dire
per me è fondamentale, come dicevo, e questa precisione ha bisogno di un rigore, di
una disciplina molto forte che io chiedo a sempre a tutte e tutti i miei collaboratori,
in qualsiasi ambito. Il dettaglio di un costume, la forma o il colore di un oggetto di
scena, è tutto sempre molto pensato, dettagliato, non c’è mai niente lasciato al
caso. Ecco, questo per me è importante, proprio perché poi il palcoscenico è il luogo
dell’identificazione, del proprio sogno e del proprio incubo bisogna essere precisi.
Diversamente dalla vita, perché nella vita siamo sciatti, siamo veloci nel fare le cose
perché non abbiamo tempo; nel palcoscenico invece ci prendiamo il tempo e questo
tempo ha a che fare con questo rigore.

Quanto conta per lei la fase realizzativa? In quali professionisti (scenografi, pittori, sarti,
costumisti, ecc.) ha trovato il supporto ideale per concretizzare la sua visione artistica? 

La mia collaborazione in questi anni con altri professionisti come scenografi, pittori,
sarti, costumisti, è stata una fase importante della mia ricerca perché ho imparato
tantissime cose, e, soprattutto, ho condiviso un sogno, ho condiviso delle visioni. E
quando si condivide la possibilità di creare mondi diversi è forte se si sta insieme.
Perché poi, se in questo processo si sta da soli, ovviamente è anche un po’ più

noioso. Quindi trovare il supporto ideale per concretizzare queste visioni è la cosa a
cui io desidero arrivare sempre. Questo succede di più nell’allestimento delle opere
liriche: ci sono infatti tante maestranze, c’è veramente un mondo di teste, di esseri
pensanti, di autori che collaborano insieme per cercare tutti la stessa strada, per
andare tutti nella stessa direzione. E ho avuto la fortuna di trovare una risonanza
amorosa con tantissime figure, e devo dire che non è scontato, perché poi la cosa
importante, appunto, è lavorare insieme, nella stessa direzione e con lo stesso
obiettivo. Non so se c’è un posto migliore di un altro, in ogni caso il primo luogo
dove io mi sono sentita “battezzata” nel mio lavoro di regista d’opera è stata la
Scala, per un sette dicembre (inaugurazione della stagione lirica, n.d.trascr.); per cui
sono entrata dal portone principale e non mi sono fatta male, perché poi il rischio
era quello non avendo mai fatto nessuna regia d’opera. Ed entrando nel grande
tempio della musica, con uno dei più grandi direttori d’orchestra come Daniel
Barenboim questa cosa poteva essere anche molto pericolosa. E invece poi è stato
un incontro naturale, bello, è andato tutto liscio e quindi ho il ricordo di questa
esperienza come di una primavera, una primavera bellissima nella mia carriera di
regista di teatro d’opera.

Guardando le sue opere, si resta affascinati da un linguaggio espressivo riconoscibile, ma al
tempo stesso capace di abbracciare storie, musiche e contesti storici sempre diversi. Come si
riesce a rimanere coerenti con la propria poetica in un teatro contemporaneo in continua
trasformazione sociale e tecnologica? 
Io a volte dico a me stessa “Sei fatta vecchia, il tuo teatro non è più un teatro per
questi tempi!”, perché il mio teatro continua ad essere un rituale anche molto
primitivo, che ragiona con archetipi, con radici profonde che hanno a che fare anche
con la tradizione, per cui appunto tecnologicamente non c’è nulla di avanzato nel
mio lavoro: non ci sono videoproiezioni, non ci sono grandi scenografie, e c’è un
approccio al lavoro molto artigianale. Ci sono i corpi, degli attori e delle attrici, c’è la
musica dal vivo, ci sono le relazioni tra i personaggi, e pochissimi elementi
scenografici. I miei palcoscenici continuano ad essere quasi sempre vuoti, ma
riempiti di senso e di presenze autoriali. Ed è grazie alle persone con le quali
collaboro e che stanno in scena che io riesco poi ad avere un linguaggio espressivo
riconoscibile, grazie a questi codici che noi, insieme abbiamo costruito in questi
anni.
Non sarei andata da nessuna parte da sola e senza la mia storia e il mio passato. Io
credo molto nel rifacimento, nella riscrittura dei classici e soprattutto nella presenza

della tradizione, nel gioco teatrale che parte da lì, da quell’antichità. Io continuo a
fare un teatro molto antico, anche rudimentale; è un po’ la differenza che c’è tra
mandare un whatsapp e una lettera: io preferisco mandare una lettera scritta su un
foglio di carta.

Un’ultima curiosità: qual è l’opera teatrale alla quale si sente più legata?
L’ opera teatrale alla quale mi sento più legata, se parliamo delle mie, è sicuramente
“Vita mia”, che ora non è più in repertorio. Ecco, quest’opera è stata per me molto
straziante e struggente, anche perché aveva qualcosa di autobiografico, avendo io
perso un fratello molto giovane. È la storia di una famiglia nella quale la madre ha
tre figli che ha cresciuto da sola e ad un certo punto uno di loro muore in un
incidente, e lei deve allestire la camera mortuaria. Solo che lei non riesce a vederlo
morto, questo figlio; per cui tutto lo spettacolo è su questa madre che “rincorre” il
corpo del figlio che dovrebbe vestire da morto e che dovrebbe allestire anche il suo
letto di morte, ma non ce la fa. E quindi questo ragazzino, giovane, scappa da tutte
le parti, e lei lo insegue, festosa, finché alla fine lo veste, mentre lui l’aiuta, e poi
entra in questo letto dove tutti, anche la madre e gli altri due fratelli si coricano. E lo
spettacolo finisce così, allegramente dentro un letto di morte. Questa è l’opera a cui
sono più legata.

 
 
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