foto di Italo Rota, per gentile concessione di Margherita Palli
Margherita Palli, scenografa italo-svizzera, è tra le figure più autorevoli del panorama teatrale europeo. Ha collaborato a lungo con Luca Ronconi, firmando scene per prosa, lirica e danza. Docente e Set Design Advisor in NABA, Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, ha lavorato con i maggiori teatri internazionali, unendo artigianato e innovazione digitale.
L’intervista qui presentata, curata da Roberta Gaion e Chiara Massini, con testi di Laura Marini, per il progetto Archivio Attivo di Avanscena (avviato nel 2012), si inserisce in una metodologia che considera la testimonianza diretta come strumento di indagine storica e critica. Non si tratta di un materiale puramente documentario, ma di una fonte che, attraverso la riflessione del protagonista, contribuisce a interrogare le dinamiche di trasmissione e trasformazione del sapere scenico.
Un’intervista preziosa in cui Margherita Palli evidenzia con chiarezza il valore cruciale degli scenografi realizzatori e l’importanza della conservazione degli archivi storici.
In questo momento storico, come è orientata la sua ricerca artistica?
In questo momento mi sento completamente immersa nel 2025 nel mio futuro , ed è a questo tempo che si rivolge la mia ricerca artistica. Rispetto al passato, il mio lavoro è cambiato profondamente, perché sono cambiati i parametri di riferimento: penso all’uso del computer, all’intelligenza artificiale, alla moda, ai colori, alla luce, ma anche alle urgenze poste dal cambiamento climatico.
È una nuova fase evolutiva, paragonabile a quella avvenuta tra il 1910 e il 1950, quando gli artisti furono costretti a trasformare linguaggi e stili per adattarsi a un contesto storico in rapido mutamento.
Dopo oltre 40 anni di carriera tra teatro, installazioni ed eventi, e dopo aver redatto un dizionario di termini specifici, cosa rappresenta oggi per lei la parola “scenografia”? Come definirebbe la sua professione in un’epoca in cui l’immaginario visivo attraversa linguaggi e contesti sempre più eterogenei? E quali sfide e opportunità sente di dover ancora esplorare?
Il mestiere del progettare spazi è sempre esistito: un tempo si progettavano, si costruivano teatri, si disegnavano scenografie, si organizzavano feste spettacolari; ad esempio gli spettacoli d’acqua, si allagavano piazze famose come Piazza Navona. Oggi ci si stupisce per cose che, in realtà, non sono affatto nuove.
Quello che è cambiato è la comunicazione: oggi possiamo documentare e diffondere molto di più, ed è questo a fare la differenza. Vorrei però sottolineare che lo scenografo è una figura professionale poliedrica, difficile da racchiudere in una sola categoria. Faccio spesso un paragone con l’architettura : un edificio, se brutto, resta lì per sempre, a meno che non venga demolito. Noi scenografi invece realizziamo opere effimere – per mostre, scene, opere liriche o spettacoli teatrali – non sono destinate a durare.
Oggi abbiamo meravigliose opportunità: possiamo documentare il nostro lavoro attraverso fotografie, video, testimonianze. Ed è proprio per lasciare traccia ho donato molti anni fa il mio archivio cartaceo al Piccolo Teatro che continuo a implementare con i contenuti informatici. Gli archivi mi appassionano profondamente: credo siano strumenti fondamentali per conservare e trasmettere la memoria del nostro mestiere.
Margherita, quanto è importante per lei la fase realizzativa? In quali figure professionali (scenografi, sarti, pittori, costumisti, tecnici ecc.) ha trovato il supporto ideale per concretizzare la sua visione artistica? Avanscena nasce anche come rete di professionisti e realizzatori: vorrebbe lasciarci qualche consiglio pratico o linea guida?
Ho lavorato un po’ ovunque, ma continuo a pensare che l’artigianato italiano sia una vera eccellenza, riconosciuta in tutto il mondo per la sua altissima qualità, anche se purtroppo gli artigiani stanno diminuendo. In Italia oggi ci sono molte persone impiegate molti altri settori, ma la manualità e il saper fare scenografico restano fondamentali.
Personalmente collaboro con chiunque, anche con piccoli artigiani che hanno appena iniziato. Non ho preferenze: l’importante è la passione e la cura nel lavoro. Tra le eccellenze italiane ci sono sicuramente le maestranze del Teatro alla Scala, che considero tra le migliori al mondo. Ma esistono anche tante realtà preziose in tutti i teatri pubblici. Di recente, ad esempio, ho lavorato a Parma per l’Otello e ho scoperto un minuscolo laboratorio interno di attrezzeria che realizza vere meraviglie. Anche tra gli atelier privati ci sono nomi straordinari per competenza e professionalità: collaboro spesso con realtà con i laboratori di Arianese a Milano, Mekanè a Roma. Lavoro anche con Rinaldo Rinaldi a Mantova, noto in particolare per l’altissima qualità nella pittura scenografica.
Pur utilizzando materiali tradizionali, mi piace molto anche la progettazione usando il disegno 3D, le macchine a taglio, l’uso di tutte le nuove tecnologie. Credo siano strumenti importanti, soprattutto per i giovani.
Da docente, sento forte la necessità di trasmettere agli studenti il valore dell’artigianato e del mestiere dello scenografo realizzatore. Un tempo, in Italia, era una figura centrale e riconosciuta, ma oggi rischia di scomparire. La Fondazione Cologni di Milano sta facendo un lavoro importante di valorizzazione delle maestranze artigianali, anche attraverso pubblicazioni molto belle dedicate a questi professionisti.
Nel mondo del design la fase realizzativa è considerata parte integrante del valore di un progetto. In scenografia, purtroppo, tendiamo a dimenticarla. Quanti scenografi citano i loro realizzatori? Bisogna cambiare questa prospettiva. Lo scenografo non è un artista solitario, ma un progettista che lavora in squadra, insieme a regista, costumista, tecnici, musicisti. La scenografia è una composizione corale: serve ascolto, visione d’insieme e rispetto per ogni ruolo.
Ritorniamo a parlare di archivi, Avanscena è impegnata nel promuovere la necessità di un centro unico e riconosciuto per l’archiviazione e la documentazione della scenografia e del costume teatrale. Quali ritiene siano le attenzioni, le strategie e le condizioni fondamentali per creare un polo efficace in grado di colmare questa grande lacuna, evitando la dispersione, la decentralizzazione e la perdita di una memoria storica e artistica così importante?
A Venezia, la Fondazione Giorgio Cini è un punto di riferimento fondamentale per la conservazione degli archivi teatrali. Anche l’Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Biennale di Venezia sta portando avanti un importante lavoro in questo ambito, come dimostra, la conservazione del Fondo Luca Ronconi.
Ritengo fondamentale, oggi più che mai, adottare una visione chiara e consapevole rispetto alla conservazione degli archivi. In passato questo aspetto veniva spesso trascurato, ma lasciare traccia del proprio lavoro è essenziale per trasmettere memoria, stimolare riflessione e ispirare le nuove generazioni.
Uno dei grandi vantaggi attuali è la possibilità di utilizzare strumenti digitali per custodire e organizzare il materiale. Sono stata tra le prime a lavorare in Italia per il teatro al computer: per ogni spettacolo creo cartelle in cui raccolgo tutto, anche ciò che apparentemente può sembrare secondario o non utilizzato.
Avanscena è nata con un direttivo al femminile. Lei, Margherita, come donna che ha lavorato a fianco di grandi personalità del teatro — come Ronconi — crede che esistano differenze nel modo di lavorare o un valore aggiunto specifico legato a uno sguardo femminile in questo ambito?
Sono cresciuta in una famiglia, in Svizzera, dove non mi è mai stato detto cosa potevo o non potevo fare in quanto donna. Mio padre mi diceva semplicemente: «Studia, fai!». Forse proprio grazie a questa educazione non mi sono mai posta il problema del genere nel mio lavoro. Io disegno, punto.
Non credo ci sia una reale differenza tra un progetto firmato da una donna o da un uomo.
All’estero, da tanti anni, iniziavo a vedere donne in ruoli tecnici, come le macchiniste , elettriciste noi in Italia siamo arrivati un po’ in ritardo ma ora ci siamo messe alla pari. Non ho mai ragionato secondo categorie di genere, non penso che esista una distinzione di sensibilità che dipenda dal sesso: ciò che conta davvero è la competenza.
Nelle accademie, tra l’altro, le donne sono da un po’ di tempo in maggioranza.
Qual è l’opera teatrale a cui è particolarmente legata?
Quale testo? Quale vorrebbe fare e quale è rimasto in memoria?
Non ho un’opera preferita in assoluto. Ci sono stati progetti che mi hanno divertito di più e altri di meno, ma ognuno mi ha lasciato qualcosa. Un lavoro a cui sono particolarmente affezionata è la Tosca del 1987: è stata la prima volta in cui ho iniziato a usare il computer nel mio processo creativo. Mio marito architetto lo utilizzava, a un certo punto ho pensato: «Devo cominciare anch’io!». Da lì è nato un nuovo modo di lavorare che mi ha appassionata molto.
Un altro progetto che ricordo con piacere è Go.Go.Go di Sokurov, andato in scena nel 2016 al Teatro Olimpico di Vicenza, tratto da Marmi e altri testi di Brodsky. Lavorare con Sokurov è stato straordinario: non aveva mai fatto teatro prima, parlava russo ed io italiano, credo ci capivamo attraverso il disegno senza molte parole, è stata un’esperienza faticosa, intensa e stimolante. Sono molto soddisfatta del risultato, mi fa piacere anche fare un altro lavoro con lui.
Naturalmente, è stato fondamentale per la mia formazione e crescita lavorare per tanti anni accanto a un grande regista come Luca Ronconi, che ha segnato la storia del teatro europeo dal dopoguerra sino alla sua morte nel 2015.
E un’opera che vorrebbe affrontare, un testo che vorrebbe affrontare?
Adoro la musica, ma non posso dire che mi piaccia di più la Tosca rispetto a Otello. Non sono una regista: sono una scenografa. Sono il regista e il teatro a decidere il testo o l’opera su cui lavorare.
Recentemente sono stata chiamata per Romanzo Criminale, uno spettacolo diretto da Massimo Popolizio per la stagione del Maggio Fiorentino. Per affrontare il progetto ho dovuto documentarmi: non avevo visto né il film né la serie TV, e non avevo letto il libro, ho iniziato studiare e lavorare con il regista e con il mio assistente Marco Cristini; si non si deve dimenticare che nel gruppo un ruolo importante è l’assistente che ti aiuta a sviluppare la parte artistica e parte tecnica, e che ti sopporta …..
Non ho preferenze particolari, ma mi appassionano le storie, e in generale mi diverte moltissimo il mio lavoro. Che si tratti di una mostra o, perché no, del “compleanno” di Striscia la Notizia – uno dei progetti che mi ha divertita di più in assoluto – io affronto ogni incarico con lo stesso entusiasmo!

Foto di Italo Rota
